IL SUONO DEI TAMBURI | Un’infazia felice nella Taranto dei veleni

il capitano Alexander

A Taranto esiste un quartiere denominato “Tamburi”. Il nome Tamburi trae la sua origine dai recipienti destinati alla raccolta delle acque provenienti da un cunicolo posto sulla collinetta “Le Fornaci”. Il quartiere “Tamburi” nacque agli inizi del XX secolo lungo un’area famosa per una folta vegetazione e per la salubrità dell’aria.

Storie di altri tempi, altre storie di una Taranto antica, a volte dimenticata persino dai loro abitanti, soprattutto dopo molti anni di degradanti soprusi edilizi e industriali che hanno reso oggi, questo quartiere, uno dei più inquinati in Italia. Difficile ricordare prima del wind Day, prima dell’Ilva, il famoso centro siderurgico, prima delle polveri che inquinano l’aria, prima di oggi… ma questa che vi andrò a citare è una storia diversa, che non potete conoscere, che dovete conoscere.

La storia di Carlotta, una bimba timida e curiosa, capitata per caso in questo quartiere di Taranto, dove il nero fumo delle industrie non è l’unica sfumatura. Il degrado, la malavita, il disagio giovanile e la droga, la mafia e le sue bombe mescolano sentimenti ed emozioni contrastanti da vivere. Persino in un luogo così fatiscente e privo di risvolti per il futuro, c’è una bambina che racconta la sua storia, la sua favola, dal suo piccolo punto di vista, tra i primi banchi di scuola, l’amore per la famiglia, il valore dell’amicizia, la scoperta della vita intriso di tenera ingenuità.

Una favola tra le favole quella narrata nei racconti del libro IL SUONO DEI TAMBURI e nessuno meglio di Francesca Salvatore, autrice di questa incredibile opera letteraria, può svelarne i segreti, la costruzione e l’amore che trasuda in ogni pagina e in ogni parola scelta per metaforizzarne ogni suo ricordo d’infanzia trascritto in questi racconti.

Francesca. E’ un piacere enorme per me averti come ospite di questa rubrica. Sei nata e cresciuta a Taranto, dedizione per la scrittura e per la ricerca, com’è nata la tua passione? cosa ti ha spinto a scrivere questo libro?

In realtà non saprei dirti quando è nata questa passione. So solo che sono nata con la penna in mano! Fin da bambina non facevo altro che leggere e scrivere racconti, poesie, appunti. Scrivevo sui quaderni, a scuola, sul mio diario, perfino sui tovaglioli al bar! E questa passione, o meglio, questo bisogno me lo sono portato dietro fino ad oggi. Per me scrivere è una medicina ma allo stesso tempo un’estensione di me. Non posso farne a meno.

Questo libro nasce dal grande amore che ho per la mia Terra. Un amore non innato, scontato. Come spesso accade quando si è giovani, il mio desiderio era quello di andare via, lontano. Da ragazzina non amavo molto Taranto. Ho dovuto metterci molti anni, molti chilometri e molto dolore per innamorarmi di “casa mia”. E poi un giorno è accaduto. Sono tornata dall’altro capo del Mondo e ho sentito la magia della voglia di restare e di combattere per questa città. Così tutti i miei racconti, gli appunti frammentati e i ciarpami di 32 anni di vita hanno preso forma assieme ai miei ricordi di bambina.

Partiamo dal titolo, Il suono dei tamburi, la tua infanzia, i tuoi ricordi, non sono poi così diversi da quelli di Carlotta giusto?

No, non sono affatto diversi. Carlotta sono proprio io. Tutti i personaggi del libro esistono davvero. Il suono dei Tamburi è il racconto della mia infanzia in uno dei quartieri più difficili d’Italia che un giorno “batte” violento come un tamburo ma che suona anche bellissime melodie. Lo faceva quando ero bambina e lo fa ancora oggi. Nonostante tutto.

Cosa significa per te esser nata e cresciuta a Taranto?

Essere nata a Taranto per me è motivo di grande orgoglio ed è la ragione, credo, della mia forza e della mia fantasia. Quando nasci in una città come la mia, più simile ad un campo di guerra dopo la battaglia che ad un giardino dell’Eden, hai due possibilità: arrenderti, magari andare via, accettare questo luogo come un campo sterile dove non può crescere nulla; oppure tramutare tutto in riscatto, estro, arte, forza. A Taranto si impara a resistere e stringere i denti: l’ho imparato a mie spese ma soprattutto dai miei concittadini che lottano da prima e meglio di me.

Last, but not least, Taranto è un luogo di una bellezza struggente, cantato da poeti e artisti, culla della Magna Grecia. Che dire di più?

Conosci questa città in ogni sua essenza, cosa è cambiato nel corso degli anni e delle generazioni a tal punto da rendere oggi Taranto una città poco valorizzata?

Dal Dopoguerra ad oggi Taranto è stata essenzialmente due cose: ILVA e Marina Militare. Due elementi che hanno reso monodirezionale la vocazione della città ma anche, va detto, “ottime scuse” per non fare, pensare a qualcosa di diverso. Oggi non siamo più negli anni Cinquanta e Taranto deve scegliere un destino nuovo assieme ai suoi abitanti. Esiste un’emergenza che è innanzitutto ambientale e sanitaria. Taranto è una città inquinata che vede ogni anno morire e ammalarsi decine e decine di suoi cittadini, soprattutto bambini. Si tratta di un’escalation di morte che perdura da decenni e che amplifica la sua virulenza di anno in anno.

E’ tempo di pensare ad una Taranto senza il “mostro”. Ci sono centinaia di cittadini di buona volontà che sudano ogni giorno per questo. E’ un cammino lungo ma che mostra i suoi primi mattoncini: stanno nascendo luoghi nuovi di aggregazione, si sta intervenendo sull’ offerta culturale e turistica, si sta tentando di valorizzare il nostro patrimonio culturale. Lo stanno facendo migliaia di cittadini, giovani, piccoli artigiani, agricoltori. Sono piccoli “semi”. Sbocceranno tutti, ne sono certa.

Qual è il messaggio che vorresti condividere con il mondo grazie a questa tua opera?

Come dice quell’antico proverbio “ognuno fa quello che può”. Io so scrivere e sentivo che avrei potuto dare il mio contributo soprattutto in questo modo. Raccontando l’agrodolce di questa città, ma raccontandone soprattutto la forza, la resilienza, le bellezza, la verità pur nella sua crudezza. Si parla sempre del peggio quando si parla di Taranto, in tv come sulla carta. Io non volevo omettere questi aspetti, certamente, ma volevo che quel dolce “suono dei Tamburi” fosse il protagonista, per una volta.

Oggi un libro. E domani? Quali saranno per te i progetti che preservi di realizzare?

La mia vita scorre tra due binari paralleli: la scrittura e la ricerca accademica. Prima o poi dovrò scegliere fra le due e decidere cosa fare da grande 😀 Vorrei portare Il suono dei Tamburi innanzitutto tra i tarantini e poi in giro per l’Italia per fare innamorare le persone di Taranto. Mi piacerebbe portarlo con me all’estero in occasione dei miei viaggi in giro per il Mondo: esistono centinaia di Taranto sparse per il Pianeta. Il mio più grande progetto, al momento, è avere la forza di resistere in questa terra così tanto da vederla rinascere, restando allo stesso tempo una “ragazza con la valigia”, come mi chiamano tutti.

Ti ringrazio per il tempo che mi hai dedicato ma, prima di salutarci lasceresti un messaggio per tutti gli aspiranti scrittori che ci seguono e vorrebbero cimentarsi nella realizzazione di un libro?

Nelle Lettere ad un giovane poeta, Rilke rispondeva ad un ragazzo che gli chiedeva se avesse la stoffa dello scrittore: “Lei domanda se i suoi versi siano buoni. Lo domanda a me. Nessuno può darle consiglio o aiuto, nessuno. Non v’è che un mezzo. Guardi dentro di sé. Si interroghi sul motivo che le intima di scrivere; verifichi se esso protenda le radici nel punto più profondo del suo cuore, confessi a se stesso: morirebbe, se le fosse negato di scrivere?”. Ecco, se sentite che scrivere un libro è la vostra strada, allora dovete farlo. Il mezzo per farlo sarà solo un dettaglio!

Saluto Francesca e riapro il suo libro rileggendo alcuni dei suoi racconti, quelli che più mi sono rimasti impressi nella mente, il mondo visto attraverso gli occhioni innocenti di Carlotta, sono gli occhi di ogni italiano che dovrebbe aver amor per il suo paese, per i propri ricordi e le proprie origini. E’ giusto vivere il presente e pensare al domani ma non bisogna dimenticare il passato…. Né da dove veniamo.